Dopo Donald Trump e Vladimir Putin, tocca a Shehbaz Sharif e Kim Jong-un. L’iperattivismo diplomatico di Xi Jinping non accenna a rallentare. Anzi, accelera, con due mosse che lasciano immaginare azioni decise su due fronti di crisi: il primo aperto e pronto a deflagrare di nuovo, come l’Iran, il secondo latente e irrisolto, come la penisola coreana. La priorità più immediata è l’Asia occidentale. Un dossier sul quale la Cina sta cercando di orientare sempre più chiaramente.
E PER FARLO ha scelto già da tempo una piattaforma: il Pakistan. La visita di Sharif a Pechino, al via domani, coincide ufficialmente coi 75 anni delle relazioni diplomatiche sino-pakistane. In realtà, la mediazione tra Usa e Iran sarà il cuore delle discussioni. Islamabad è emersa come attore sempre più centrale nei contatti tra Washington e Teheran. La Cina sostiene apertamente questa iniziativa, forse la guida. Pechino non vuole essere il volto pubblico della pressione sull’Iran. Preferisce che a svolgere quel ruolo sia un partner fidato, geograficamente vicino, politicamente influente e dotato di relazioni storiche sia con Teheran sia con Washington. Nessun paese risponde a questa descrizione meglio del Pakistan.














