Per oltre un decennio la trasformazione digitale è stata guidata da una promessa implicita: quella di uno spazio computazionale globale, aperto, interoperabile, quasi privo di confini politici. Il cloud computing, i flussi di dati transfrontalieri e le piattaforme digitali transnazionali hanno sostenuto la crescita di un mondo apparentemente unitario, dove l’infrastruttura si espandeva più velocemente della politica. Ma l’affermarsi dell’intelligenza artificiale (IA) generativa ha scardinato questo equilibrio. L’utilizzo diffuso dei Large Language Models (LLM) – con annesso il consumo energetico –, il fabbisogno di microchip avanzati e la comparsa di data center hyperscale hanno reso evidente che l’IA non è più un software etereo, ma un’industria vasta e fortemente concentrata. Nel momento in cui la capacità di calcolo diventa scarsa e costosa, chi ne controlla la distribuzione controlla anche le traiettorie dell’innovazione.
È da qui che nasce la “corsa all’IA di Stato”. Stati Uniti, Cina, Unione europea e, progressivamente, anche altre potenze regionali come India, Corea del Sud ed Emirati Arabi Uniti, trattano oggi le infrastrutture digitali alla stregua di beni strategici. La sovranità tecnologica è così divenuta il nuovo confine geopolitico che separa chi possiede il calcolo da chi ne dipende. L’IA entra a pieno titolo tra le infrastrutture critiche, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni e del nucleare; la transizione digitale acquista così una dimensione geopolitica.















