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Ultimo aggiornamento: 15:59
Nel dibattito sulla trasformazione digitale della pubblica amministrazione, l’intelligenza artificiale sembra essere diventata la nuova parola magica. Se ne parla come della soluzione capace di rendere lo Stato più efficiente, di ridurre tempi e costi, di migliorare la qualità dei servizi e di restituire al cittadino un rapporto più semplice e trasparente con le istituzioni. Tuttavia, dietro l’entusiasmo crescente, si nasconde un rischio concreto: quello di trasformare l’IA nell’ennesima moda tecnologica, un’etichetta di modernità che non affronta i problemi strutturali della burocrazia ma li maschera, alimentando illusioni più che cambiamenti reali.
Nel mio precedente contributo su questo blog ho descritto il paradosso di una pubblica amministrazione che si proclama digitale ma continua a operare secondo logiche, tempi e procedure tipiche dell’era cartacea. L’introduzione dell’IA rischia di riprodurre lo stesso schema: si annuncia una rivoluzione tecnologica, ma si dimentica che la tecnologia, da sola, non basta a cambiare i comportamenti, le responsabilità e la cultura organizzativa di un sistema pubblico ancora profondamente ancorato a modelli del passato. Lo si è visto, in modo emblematico, anche in settori complessi come la sanità digitale, dove strumenti avanzati convivono con pratiche ancora frammentate e dove l’innovazione tecnologica procede più veloce della capacità istituzionale di tradurla in valore pubblico.






