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13 NOVEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 13:35
Nel mio penultimo post avevo raccontato il paradosso di un’amministrazione che adotta strumenti moderni ma conserva logiche d’altri tempi. Poi, nel successivo, spiegavo che introdurre intelligenza artificiale senza cambiare la cultura interna è come montare un motore nuovo su un’auto che non parte. Questo nuovo intervento chiude il cerchio: il vero ostacolo alla digitalizzazione della Pa non è tecnico, ma umano. Il nodo non è la mancanza di competenze, ma la resistenza culturale.
Negli ultimi anni si è parlato di “rivoluzione digitale” nella Pubblica Amministrazione. Pnrr, cloud nazionale, piattaforme per i servizi, formazione e reclutamento di profili Ict: tutto giusto, tutto necessario. Eppure, la macchina resta lenta. D’altronde, assumere tecnici non basta, se poi il contesto in cui devono operare resta fermo a logiche da ufficio protocollo. La trasformazione digitale non è una questione di software o server: è un modo diverso di pensare e lavorare. E qui la Pa mostra la sua fragilità più profonda. Il problema non è l’assenza di strumenti, ma la presenza di un’abitudine radicata: quella di fare “come si è sempre fatto”. La resistenza culturale si annida nei dettagli quotidiani: chi stampa “per sicurezza”, chi diffida delle riunioni online, chi archivia file digitali per poi inviarli via Pec e attendere la risposta cartacea. È un sistema che fatica a fidarsi della tecnologia perché, in fondo, non si fida nemmeno di se stesso. Il risultato è una digitalizzazione di facciata: piattaforme nuove, processi vecchi. Le stesse carte, solo in pdf. È la burocrazia travestita da innovazione. E quando la cultura non cambia, la tecnologia diventa solo un orpello: una riforma che si ferma allo schermo.








