L’IA suscita allarmi sproporzionati rispetto alla sua diffusione reale, con un dibattito pubblico che oscilla tra paure eccessive e aspettative irrealistiche. Mentre la tecnologia avanza silenziosamente nella vita quotidiana. L’analisi di Salvatore Zecchini, economista Ocse

Il clamore e i timori dell’opinione pubblica di tutti i paesi sulle radicali trasformazioni economiche e sociali che l’impiego della IA può produrre hanno suscitato grande allarme nella vita sociale e politica molto prima che la nuova tecnologia palesasse i suoi effetti nel mondo produttivo e nella vita sociale. I rischi sono stati ingigantiti e altrettanto è avvenuto con i benefici con effetti estremi. Ad un estremo, i potenziali “perdenti” hanno spinto i rispettivi paesi a imbrigliarne le applicazioni e lo sviluppo con un insieme di regolamentazioni, quasi a voler frenare uno sviluppo tecnologico in pieno svolgimento ed invero ineludibile. All’altro estremo, vi sono paesi che si sono finora astenuti da interventi invasivi sulla produzione ed impiego della IA, lasciando ai principali attori, alle prassi emergenti e agli standards il ruolo di dare forma a un sistema di governance.

Esempi del primo approccio sono rappresentati dall’Ue con l’European AI Act e quelli del secondo principalmente dall’astensione pragmatica da interventi di normazione degli Usa. Nei dibattiti si perde di vista, tuttavia, una semplice realtà, ovvero che solo una sparuta minoranza di cittadini ed imprese ha finora adottato scientemente questa tecnologia, ne comprende le capacità e i modi di impiegarla, e ne fa impiego.