L’articolo di Silvia Miglietta sulla morte di Sako Bakari nasce da una comprensibile esigenza di riflessione civile dopo un fatto tragico. Tuttavia il testo finisce per proporre una lettura a senso unico, nella quale il tema dell’«odio» viene evocato più come categoria simbolica che realmente analizzato nelle sue cause concrete e nei suoi meccanismi sociali. Il punto principale è, infatti, proprio questo: parlare genericamente di «virus dell’odio» rischia di diventare una formula astratta se non si prova a comprendere da dove siano nate realmente la rabbia e l’aggressività dei minori omicidi.

Nel suo articolo l’assessore posa l’attenzione con insistenza sul linguaggio politico omettendo l’approfondimento più realistico delle responsabilità istituzionali e culturali che negli anni hanno contribuito a creare il terreno di coltura di quelle condizioni di fragilità. Fragilità di Sako Bakari, pienamente integrato nella sua disciplina quotidiana di lavoratore che si sacrificava aspettando la nascita del suo bimbo e che non è stato aiutato dall’adulto presso cui aveva chiesto aiuto, e fragilità del gruppo dei minori, pienamente responsabili dell’atto. Cerchiamo le cause sempre al di fuori della testa e del cuore dei minori violenti. Mentre è esattamente nella interiorità di questi «ragazzi difficili» che va cercato il bandolo della matassa per provare a emanciparli dai loro destini, parimenti tragici, di vite perdute.