L’omicidio di Sako Bakari, avvenuto a Taranto il 9 maggio, è uno specchio nel quale tutti siamo chiamati a guardarci. Non un delitto da ridurre a episodio di devianza giovanile. Non un’insensata esplosione di follia. L’omicidio del ragazzo che stava andando in bici a lavorare ci mostra il lato oscuro delle nostre comunità, che si manifesta nella violenza contro chi viene percepito come estraneo, vulnerabile, sacrificabile.
Di questo razzismo sistemico dobbiamo conoscere le radici per cercare argini e rimedi.
Da anni, su scala globale, si fa largo una politica dell’odio in base alla quale alcune vite sarebbero meno degne di diritti, protezione, ascolto, compassione. Un discorso che alimenta paure verso lo straniero, il diverso, il migrante, offerti all’opinione pubblica come bersagli simbolici contro cui scaricare insicurezze e frustrazioni. Si alimenta l’illusione che il problema siano gli ultimi, mentre le vere criticità - precarietà, marginalità educativa, impoverimento culturale, sfruttamento del lavoro, solitudine sociale --— continuano a crescere indisturbate.
La vicenda di Sako Bakari mette a nudo queste ipocrisie e reticenze. Perché l’insicurezza, in realtà, nasce altrove.
La criminalità giovanile si origina dove arretrano la scuola, le famiglie, i luoghi della socialità, le biblioteche, lo sport, la cultura, la partecipazione civile. Nasce nelle periferie delle città ma le periferie non sono soltanto luoghi geografici, lontani dal centro. Le periferie sono tutti gli spazi in cui i diritti di cittadinanza si fanno fragili o assenti: dove mancano servizi, opportunità educative, presìdi culturali, possibilità di futuro. È lì che intere generazioni crescono senza strumenti per riconoscere l’altro come persona e non come nemico. E quando l’identità si costruisce dentro linguaggi di sopraffazione, machismo e dominio, la violenza diventa un codice di comportamento.













