di Rosamaria Fumarola
Sako Bakari, bracciante agricolo di 35 anni, assassinato a Taranto lo scorso 9 maggio, non è stato solo tradito dal male, ma anche da chi non ha fatto nulla perché il male non fosse agito. Ad uccidere Sako è stato anche uno di coloro i quali affollano la cosiddetta “zona grigia”, quella a cui, come ci ha insegnato Primo Levi, apparteneva la stragrande maggioranza dei tedeschi che non partecipò all’assassinio di nessuno ebreo, ma che ne fu responsabile comunque.
Ne fu responsabile per essersi voltato dall’altra parte, per non aver speso nemmeno una parola in difesa delle vittime e aver continuato a coltivare il proprio orticello, felice solo di non essere egli stesso un condannato. Costoro, ci piaccia o meno, sono la maggioranza della nostra società e questo ci impone una domanda: quale morale (se di morale per tali individui si può parlare) abita l’animo di chi ritiene di essere meno responsabile per il fatto di non aver sferrato materialmente i colpi che hanno condotto ad un insensato omicidio?
Dunque, quale morale alberga nell’animo del proprietario del bar di Taranto che, accortosi dell’aggressione di ben sei individui nei confronti di Sako Bakari, non ha allertato le forze dell’ordine e ha anzi imposto al giovane, che aveva cercato riparo presso il suo locale, di allontanarsi, lasciandolo di fatto al destino deciso da una manciata di criminali?













