di

Cesare Bechis

L'uomo cacciò dal suo locale il bracciante maliano agonizzante. Agli inquirenti prima ha detto di non conoscere i ragazzi della banda, poi ha cambiato versione

Romolo Magnati, il titolare del bar "Fontana" dell’omonima piazza della città vecchia di Taranto in cui si è accasciato Bakari Sako, il 35enne bracciante originario del Mali morto all’alba del 9 maggio ucciso da tre coltellate sferrate da un quindicenne reo confesso, secondo gli inquirenti avrebbe cambiato versione più volte. Occorre attendere ventiquattr’ore per ottenere la risposta giusta. Lo ha fatto una prima volta quando gli inquirenti gli hanno chiesto, subito dopo l’omicidio, se conoscesse qualcuno dei ragazzi entrati nel bar all’inseguimento della vittima. «No, non conosco nessuno» ha risposto. Salvo rimangiarsi tutto il giorno dopo. E si è ripetuto in seguito affermando di non conoscere Cosimo, detto Mimmo, Colucci, il ventiduenne sospettato di aver dato un pugno a Bakari, alzandosi all’improvviso dal tavolino del bar dov’era seduto.

In questo caso a tradire il titolare del bar è stata un’intercettazione negli uffici della Questura. Era seduto insieme con la sorella di uno dei minorenni della gang, ragazza che lavora nel suo bar, in attesa di essere ascoltato. I due parlano e lui ammette di aver riconosciuto tutti quelli che quella sera si trovavano in piazza Fontana, ma che tra le fotografie «mancava quella di Mimmo». Un chiaro riferimento, secondo gli inquirenti a Cosimo Colucci. È stato un comportamento che gli ha procurato l’accusa di favoreggiamento dalla quale ora dovrà difendersi. Intanto il suo bar è stato chiuso per sessanta giorni dal questore Michele Davide Sinigaglia perché a seguito di svariati controlli è stata riscontrata la presenza, dentro e fuori dal locale, di numerosi pregiudicati. Prima di questa contestazione i magistrati ne avrebbero già saggiato la scarsa attendibilità, almeno nelle primissime battute. Negli atti il magistrato scrive: «Egli ha reso due versioni dei fatti molto diverse: nell’immediatezza è stato avaro di dettagli e molto sbrigativo, mentre nella seconda occasione si è soffermato sulla vicenda, giungendo persino ad operare il riconoscimento fotografico dei soggetti che, materialmente, hanno aggredito la vittima e hanno inferto, alla stessa, i colpi mortali».