Il viaggio in Cina di Donald Trump sembra essere stato poco rilevante, a parte mostrare in mondovisione il presidente americano deferente e con il cappello in mano – ma lo avevamo visto già diverse volte così, in particolare con Vladimir Putin. È probabile tuttavia che, tra qualche anno, la sua sarà considerata una missione carica di valenza filosofica: nel senso di definire un passaggio nello spirito del tempo e, per usare una categoria della filosofia tedesca del XIX secolo, della “Storia universale”.

E il passaggio sembra essere l’inverso di quello che segnò il viaggio di Richard Nixon (e del suo consigliere, Henry Kissinger) a Pechino nel febbraio 1972: quello anticipò l’egemonia globale dell’Occidente, questo di oggi pare siglare il ritorno del dominio a Oriente.

Anche nel 1972, sulla breve distanza, i più non si resero conto della radicalità dell’evento. Esso non costituiva solo la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Usa e Cina e neppure il divide et impera del campo comunista: come si capì in seguito, marcava la vittoria culturale dell’Occidente capitalistico sull’Oriente comunista.

Anche se solo qualche anno dopo Deng Xiao Ping poté introdurre il capitalismo in Cina, e il Muro di Berlino doveva ancora cadere, senza quel viaggio mai sarebbe nata la nuova globalizzazione: poi partita con l’ingresso della Cina nel Wto, deciso da un altro presidente statunitense, Bill Clinton. Nello stesso tempo, per la nota eterogenesi dei fini, l’occidentalizzazione dell’oriente ha fatto sì che quest’ultimo ritornasse un giorno, cioè oggi, vincitore – scrivo ritornasse perché, per millenni, a parte i secoli tra il XV e il XX, il centro del mondo è stato in Oriente, e persino quello romano fu, per molti versi, un impero “orientale”.