Celle allagate o sporche. Corridoi con rifiuti e cibo per terra. Celle lisce, che nel gergo penitenziario significa spazi oscuri dove accadono cose brutte. Agenti infiltrati nelle prigioni, gestione parallela della sicurezza affidata alla Polizia penitenziaria, svilimento del ruolo di direttori ed educatori, chiusura del carcere alla società civile, migliaia di detenuti murati nelle celle, decine di detenuti morti per cause restano perennemente da accertare, abuso dello strumento disciplinare e dell’isolamento in tutte le sue forme, celle sovraffollate oltre il limite della sopportazione. E ancora. Raddoppio in un anno del numero dei bimbi in carcere con le loro mamme; triplicazione dal 2022 del numero delle persone soggette a regime di vita chiuso.
SONO QUESTI ALCUNI squarci drammatici del Rapporto periodico di Antigone sulle condizioni di detenzione non a caso intitolato Tutto chiuso, frutto di oltre cento visite svoltesi nel 2025. Questo è il carcere ai tempi del governo Meloni. Un sistema penitenziario in profonda crisi di umanità. Dal 2022 a oggi i detenuti sono cresciuti di ben 8 mila unità, nonostante siano tendenzialmente stabili tutti gli indici di delittuosità. Come è potuto accadere? Il mantra repressivo, securitario e vendicativo prodotto da un’alleanza politica tra alcuni sindacati autonomi della Polizia penitenziaria e le componenti più reazionarie del governo ha devastato il sistema penitenziario italiano. Il detenuto è trattato come un nemico da contenere, neutralizzare, tenere ben chiuso in cella. La retorica rieducativa si è andata lentamente spegnendo.














