Si trova in Libia Giuseppina Branca, a 10 chilometri da Sirte. Settantanove anni, infermiera di professione, da tempo presta volontariato sulle imbarcazioni che partecipano a missioni umanitarie. Stavolta, invece, ha scelto di unirsi alla Flotilla di terra, la carovana partita dal Maghreb e diretta a Rafah, valico d’accesso da Sud alla Striscia di Gaza. È composta da oltre 30 veicoli, tra cui ambulanze e camion con carichi di forniture mediche, e trasporta oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 Paesi distribuiti su sei continenti. Una scelta che si è rivelata giusta, racconta la donna, piemontese di Cannero Riviera: «Un’esperienza molto diversa da quella fatta sulle barche. Ora contattiamo tantissima gente di altri Paesi, invece sulle barche eravamo solo oggetti di bellezza. Per usare un termine da fotografi: non eravamo noi fotogenici, lo erano le barche».

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La missione di terra ha meno telecamere puntate addosso ma è altrettanto complicata da portare a termine. All’arrivo a Tripoli due settimane fa, Giuseppina Branca è stata fermata insieme ad altri attivisti per controlli di frontiera. Dopo 20 ore hanno ottenuto il via libera e hanno proseguito il viaggio. Da sabato scorso, Giuseppina Branca si trova a una decina di chilometri da Sirte con il suo convoglio composto da un centinaio di volontari. Sono fermi in attesa dell’esito della trattativa con il governo di Haftar per passare nella Libia orientale. Insieme alle altre donne del gruppo dorme in una moschea mentre gli uomini si sono accampati all’esterno nelle tende. A proteggerli ci sono i pullman, le ambulanze e i furgoni schierati a semicerchio come uno scudo. «Come sto? Bene», risponde se le si chiede se ha avuto paura di essere respinta quando è stata fermata a Tripoli. «Ma sarei stata bene anche se mi avessero rimandata indietro».