Bologna, 23 maggio 2026 – Ilaria Mancosu e Francesco Gilli, i due attivisti bolognesi sulla Flotilla, sono tornati a casa, a Bologna: hanno gli occhi lucidi, la kefiah attorno alle spalle e tra le mani stringono la felpa che l’Idf ha costretto loro a indossare durante la detenzione. Ad attenderli, nella zona arrivi dell’aeroporto, una ventina di attivisti a sostegno della Palestina, tra amici e parenti, che nell’attesa e alla loro uscita hanno intonato “Free Palestine”. Lo stesso coro che si sollevava nei momenti di prigionia, dalle navi carcere alle celle della tendopoli e quelle di Ketziot: “Ogni volta che si intonava un 'Free Palestine’ partivano delle botte. Venivano a darti dei pugni, a schiacciarti la faccia per terra e a darti dei calci”. Tutto questo “davanti al ministro", quello alla Sicurezza israeliano, Ben-Gvir. “Io ero in quel capannone quando lui è arrivato”.

Il racconto di Mancosu: “Ammanettati a mani e piedi. Ci hanno denunato e lasciato con questa felpa”

“Ci hanno messo le manette a mani e piedi”, dice l’attivista 42enne di Rivolta Pride ed Elastico Records, con alle spalle le bandiere palestinesi e i compagni di viaggio. Ripensando alle fascette, “che fanno ancora più male delle manette, perché da quelle venivamo tirati”, Mancosu si concentra sul trattamento disumano subito: “L'intenzione era quella di scalfirci sotto tutti gli aspetti, ma più ci umiliavano e tentavano di disumanizzarci, più noi ci sentivamo forti”.