Fino alla fine. Il motto diventa appiglio. Speranza, in pieno naufragio, di aggrapparsi ancora a qualcosa. Agli errori altrui, in realtà, ché Roma e Milan a +2 sono attesi da impegni morbidi e pure il Como è avanti negli scontri diretti, sempre che la recente abulia non si perpetui contro un Toro ben felice, dal suo lato, di certificare il fallimento. Tale sarebbe infatti l’Europa League per la Juve, considerati investimenti, cambio tecnico, tradizioni e ambizioni. Imperdonabile in assoluto e figurarsi riflettendo sul misero punticino conquistato negli ultimi due match casalinghi, contro il Verona già retrocesso e la Fiorentina che a nulla più aspirava. Da Luciano Spalletti ci saremmo aspettati pubbliche scuse. Ci tocca invece, pur tra vaghi mea culpa, sentir parlare di «grande stagione», di «costruzione», di indiscrezioni di mercato diventate azioni di disturbo.
Non è fake. Non c’entra l’Ai. È lui: l’allenatore esperto chiamato al posto di Tudor, e lautamente pagato, per evitare brutti scherzi, che manca invece clamorosamente l’obiettivo e quasi quasi sembra appagato dalla vecchia Uefa. Aspettiamo i verdetti, ma è già evidente che dietro il possibile crac si annidino nette le colpe d’una società che ha speso tanto per raffazzonare una squadra con lacune tecniche e vuoti di personalità, oltreché di chi scende in campo con tali limiti ma non sopperisce nemmeno con l’orgoglio. Prima di tutto, c’è tuttavia la responsabilità di Spalletti che evidentemente, vecchio dubbio suo, non ha ancora capito con chi ha a che fare, e non ha saputo trovar la quadra né instillare motivazioni. Nonostante la scelta opportuna del club di rinnovargli comunque il contratto per ratificare solidità e continuità del progetto.













