«Electro...shock» recitava martedì il cartello dei lavoratori dell’Electrolux. Slogan che riassume quanto la doccia fredda degli esuberi Electrolux si inserisca in quadro complessivo di crisi industriali in aumento. Non è più solo un problema di delocalizzazione delle multinazionali, ma una perdita di competitività più profonda, che colpisce duro in Italia ma travolge tutta Europa. Dall’industria del bianco a quella dell’auto passando per moda e call center, oggi quasi 62mila lavoratori sono coinvolti in 43 tavoli attivi e 33 in monitoraggio al ministero delle imprese e del Made in Italy. E nel conteggio mancano ancora i 1.700 della multinazionale degli elettrodomestici perché il caso sarà ufficialmente affrontato per la prima solo la prossima settimana a Roma. I nomi noti sono Acciaierie d’Italia, Beko, Callmat, Conbipel, Jsw Steel (ex Lucchini), Natuzzi, Original Marines, Peg Perego. I numeri, aggiornati al 13 maggio, sono in calo rispetto agli 80mila addetti a rischio del 2022 ma in aumento rispetto ai 58.642 di un anno fa.

Le trattative per superare la crisi stanno seguendo percorsi diversi ma quasi sempre vanno avanti con reindustrializzazione, cambio della missione produttiva, ingresso di nuovi investitori e sostegno pubblico. Questa la lezione che è stata valida finora, e che dal 2022 ha riguardato in totale 380 siti produttivi, 283 oggi. Alcuni degli esempi più recenti. A Melfi, nell’automotive, la soluzione industriale annunciata per Pmc e Brose prevede il riassorbimento dei dipendenti delle due aziende attraverso una nuova attività non legata all’auto ma ai lavori pubblici. Un percorso simile è quello di Venator, nel polo chimico di Scarlino, in provincia di Grosseto, dove una società italiana garantirà continuità produttiva e occupazionale per 200 persone. A pochi chilometri di distanza, resta in sospeso il sito Whirlpool di Siena, mentre il comparto continua a essere considerato strategico a livello europeo per il futuro manifatturiero del continente.