I licenziamenti alla Electrolux – 1.700 persone in Italia su 4.000 dipendenti totali, lo stabilimento di Cerreto d'Esi chiuso e una produzione che sarà di fatto dimezzata – segnano un altro passo verso un’epoca di incertezza. C’era una volta il modello industriale nordico: diverso, e diversamente attento, anche al sociale. Forse esiste ancora, in Svezia. Ma non qui.Alla Electrolux non si vivevano le relazioni industriali, durissime, della Fiat degli anni Settanta e Ottanta, o ancora dell'epoca di Sergio Marchionne. Scontri, certo, non ne erano mancati. Come nel 2014. Ma l’aria era diversa. “È la rottura di un patto”, commenta, delusa, Barbara Tibaldi, segretaria nazionale della Fiom Cgil, una delle tre principali sigle sindacali italiane del comparto metalmeccanico. La dirigente spiega che l’atteggiamento della proprietà svedese è sempre stato collaborativo, anche nei momenti più difficili. Che non sono mancati. “La proprietà ha sempre agito con un certa responsabilità sociale; in nome di questa abbiamo affrontato enormi difficoltà, procedendo di pari passo, dall’inserimento di nuove produzioni all’uscita dal lavoro di mille persone”. Ora, però, la musica è cambiata.Qualche avvisaglia c’era già stata. “Premetto che con la nostra organizzazione i rapporti erano molto diversi e durissimi, ricordo un episodio che aiuta a capire. A un tavolo tenuto al ministero qualche mese fa, Electrolux si diceva già insoddisfatta del quadro degli interventi governativi considerati i problemi del settore”, afferma Sasha Colautti, referente nazionale industria della Usb. “L'azienda denunciava la concorrenza cinese e lo spostamento dei consumi verso prodotti di fascia bassa e sempre più digitali, su cui gli asiatici sono molto forti”.I dati del sindacato mostrano chiaramente la situazione: il mercato è fermo a 83 milioni di pezzi (erano 90 milioni prima della pandemia: -8% rispetto ai dati del 2014). Il 48% del mercato oggi è sotto i 400 euro e la fascia bassa continua a crescere, mentre il prodotto di fascia media si contrae.Articoli più lettiI produttori asiatici hanno guadagnato una fetta del mercato pari al 6,1%, mentre gli europei ne perdevano il 5%. Dal canto loro, gli asiatici hanno abbassato i prezzi del 6%, mentre gli europei li hanno alzati del 10%. E ancora: l'acciaio costa 540 euro la tonnellata in Cina, 784 all'interno dell'Unione europea, 1.158 euro in Nordamerica; il costo del lavoro è di 5 euro l'ora in Cina, 37 euro in Europa; l'energia costa 114 euro al MWh in Cina, 204 nel Vecchio continente. C'è poco da aggiungere. “Quel tavolo doveva essere il primo passo di un dialogo – registra Colautti – ma non c'è stato seguito e questa cosa è passata sotto le gambe dell'esecutivo”.Come notava qualche settimana fa il quotidiano Il Nordest, dopo che l’azienda aveva appena chiuso lo stabilimento di Jászberény, in Ungheria (600 lavoratori, dove il costo del personale non è di certo quello italiano): nessuno poteva stare tranquillo.Le perdite di Electrolux nel primo trimestreLe acque non sono chete. E non solo per i colletti blu. Rischiano anche i ricercatori, mentre la scure sui manager è già calata. A gennaio scorso, la dirigenza annunciava una riorganizzazione: “Dobbiamo essere più vicini ai nostri consumatori”, spiegava il presidente e amministratore delegato Yannick Fierling, “e i cambiamenti ci aiuteranno proprio in questo”.“La nuova area organizzativa di prodotto porterà una struttura più affilata, semplice, con un processo di presa delle decisioni più rapido grazie a una chiara definizione delle responsabilità ai due capi del filo. I team regionali di prodotto saranno potenziati nel loro lavoro a fianco dei consumatori attraverso l'assunzione di responsabilità, sempre da capo a capo, per la commercializzazione”. In poche parole, era suonata la sveglia. Per tutti.Nel mese di aprile arriva la notizia dei conti trimestrali in rosso, con l’annuncio di una serie di misure di riassetto che includono una ricapitalizzazione: il risultato è stato il crollo di Electrolux alla Borsa di Stoccolma, con il titolo che è arrivato a perdere il 24%.Come riportato da Il Sole 24 Ore, nel periodo tra gennaio e marzo i ricavi sono diminuiti del 9%, arrivando a 29,5 miliardi di corone svedesi (circa 2,7 miliardi di euro). “Il risultato operativo è negativo per 266 milioni contro l’utile di 452 milioni dello scorso anno, così come è negativo il risultato netto, che ammonta a -470 milioni contro un utile di 42 milioni”, scrive il quotidiano economico di viale Sarca.Articoli più lettiElectrolux avrebbe rafforzato la propria posizione di mercato in Europa e Brasile, ma non negli Stati Uniti: a causa dei dazi trumpiani – pare –, ma anche di un rallentamento della domanda (vendite in calo dell'11,6%). L’aumento di capitale da 9 miliardi di corone, circa 825 milioni di euro, non è bastato a tranquillizzare il mercato.L’accordo con la cinese MideaIl cuore della svolta sarebbe stata, per Tibaldi di Fiom Cgil, l’accordo con Midea, gigante cinese della produzione di elettrodomestici.Annunciato a fine aprile, riguarda il Nordamerica (dove le cose andavano peggio) e nello specifico i settori food preservation (frigoriferi) e fabric care (lavatrici). In realtà le aziende collaboravano da vent’anni tramite contratti di fornitura. Nel 2016, inoltre, Midea aveva acquisito Eureka, marchio specializzato nella pulizia dei pavimenti, da Electrolux.L’intesa siglata il mese scorso prevede tre joint venture in Nordamerica: la prima commerciale, al 50%; la seconda che riguarda l’impianto di produzione di frigoriferi di Juarez, in Messico, (Midea al 65%, Electrolux al 35%); la terza che verte su un impianti di produzione di lavatrici (prima, però, produceva proprio frigoriferi) ad Anderson, in Carolina del Sud, e che prevede il 55% agli svedesi e il 45% ai cinesi.Nelle comunicazioni agli azionisti, l’operazione è stata presentata come inizialmente costosa, con un impatto negativo di 2,4 miliardi di corone. Gli accordi avranno una durata di quindici anni, con una estensione di altri dieci a meno di un nuovo accordo da raggiungere ad almeno 36 mesi dalla scadenza.Licenziamenti senza preavvisoLa speranza tutta italiana era che la situazione fosse complessa, ma gestibile. Come le altre volte, del resto. “E invece l’azienda ci ha convocati all’improvviso per annunciare il piano di riorganizzazione", riprende Tibaldi. "Ci hanno chiamati dicendo che devono licenziare più di un terzo del personale, e non è che l’inizio: sono cifre che indicano che vogliono portare via le produzioni a bassa marginalità dal paese. Verso la Polonia, probabilmente, o fuori dall'Ue”.“Per noi si tratta di un piano inaccettabile: non di una riorganizzazione, ma di una dismissione. Se venisse effettuata così sarebbe solo il primo tempo: il secondo sarebbe la chiusura non solo di Cerreto d'Esi, ma anche degli altri stabilimenti italiani. Perché con queste cifre non ci sarebbe più produzione sufficiente a giustificare l'apertura dei quattro impianti che restano: a Forlì verrebbero chiuse quattro linee su sei, a Porcìa, Pordenone, tagliato il 40% della produzione”.Articoli più lettiTibaldi annuncia di aver interrotto le trattative subito dopo l’annuncio, convocando assieme alle altre sigle sindacali uno sciopero che si è tenuto martedì 12 e mercoledì 13 maggio. Il 25 maggio è previsto un tavolo al ministero delle Imprese e del Made in Italy, con annessa mobilitazione. Il dicastero, contattato da Wired Italia, non ha risposto al momento della pubblicazione.L’azienda, invece, le cui risorse umane a livello globale sono guidate dall’italiana Francesca Morichini, si è limitata a riportare una nota: “Il programma si inserisce in un più ampio piano globale del Gruppo, finalizzato a migliorare l’efficienza operativa complessiva e a ottimizzare in modo mirato la capacità industriale su scala globale, con l’obiettivo di rendere l’organizzazione più agile e competitiva”. "Il settore degli elettrodomestici attraversa da anni una fase di marcata difficoltà in Europa a causa di diversi fattori, tra cui domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, e crescente complessità operativa. […] L’obiettivo prioritario è rivedere la struttura complessiva delle attività produttive al fine di migliorarne l’efficienza, ridurre la complessità strutturale e rafforzare la competitività di lungo termine. Concretamente, il piano comprende un’ottimizzazione mirata delle attività, la razionalizzazione delle configurazioni di prodotto e dei volumi, e una più decisa concentrazione delle risorse sulle gamme a maggior valore aggiunto”.I concetti sono gli stessi della riorganizzazione manageriale di gennaio. Nonostante ciò, “l’Italia resta un Paese strategico per Electrolux Group”, è la conclusione. Difficile crederci.L'Europa al crocevia“Electrolux ha presentato un piano pesantissimo dal punto di vista sociale, e anche un po’ rinunciatario, giustificato sulla base di motivazioni che posso definire ‘di ordine generale’ e di sostenibilità settore”, ci racconta Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm e responsabile del comparto elettrodomestici. “E infatti è vero che il settore sta soffrendo. Ci sono problemi strutturali: per questo chiediamo da tempo al governo di riconvocare un tavolo”, aggiunge.Ficco esce dal caso Electrolux e tenta un'analisi più generale, dove i problemi sono legati al costo dell’energia e alle catene di fornitura. “L’Italia non può rimanere una potenza industriale”, ragiona il sindacalista, “se paga energia e acciaio molto più che nel resto del mondo”. Problemi che non sarebbero risolvibili a livello nazionale, ma richiederebbero un approccio continentale, secondo la sua tesi personale. Al crocevia tra istanze che spesso confliggono: come quella ambientale e quella lavorativa. È il dramma dello sviluppo quando il cronometro corre e non c'è tempo da perdere.Articoli più letti“Prendiamo l’energia – prosegue Ficco –, i cinesi hanno saputo puntare in maniera pragmatica e non ideologica su tutte le fonti energetiche, tenendo aperta la porta a nucleare e idrocarburi. Pechino ha, oggi, la capacità di passare dall’una all’altra per resistere agli shock. Lo stesso vale per l’acciaio, che è fondamentale per gli elettrodomestici, coma vale per i semiconduttori e le terre rare: l’attenzione alle catene di fornitura e in generale la capacità di renderle efficienti fa sì che l’Asia primeggi”.“E poi c’è la tassa europea Cbam”, aggiunge. L’acronimo sta per Carbon border adjustment mechanism: in sintesi, dal momento che emettere CO2 nell’Unione ha costi alti per via delle politiche ambientali, Bruxelles ha introdotto un aggravio sulle importazioni ad alta intensità di anidride carbonica, proprio col fine dichiarato di scoraggiare le aziende a delocalizzare. “Il problema, riferitoci anche da Electrolux, è che l’imposta riguarda i componenti, ma non i prodotti finiti”, dice Ficco.Per rendere l'idea della complessità dell'argomento: mentre i sindacati chiedono di estendere il Cbam, i cinesi chiedono di rimuoverlo. Il meccanismo Cbam è stato al centro di lunghe discussioni anche all’ultima conferenza sul clima, la Cop30 di Belém, additato di essere una sorta di protezionismo mascherato. Il tema ha generato un'impasse determinante ai fini del risultato finale. Clima ed economia, legati in un intreccio indissolubile che, dal ponte di comando degli esecutivi, stringe come una morsa.“Non sto dicendo che l'Unione debba rifugiarsi nel protezionismo – riprende il sindacalista –, il commercio internazionale è importante, e tanto più lo è per Bruxelles, che è fatta da un blocco di paesi trasformatori. Ma è necessario mettere le nostre imprese in grado di competere con gli stranieri. Altre potenze industriali favoriscono l’industria nazionale; noi arriviamo addirittura a penalizzarla”."Partita impari, rimuovere il patto di stabilità Ue"Sulla stessa linea è Ferdinando Uliano, segretario nazionale della Fim Cisl. “È chiaro che giochiamo una partita impari”, dice. “A livello globale c’è tutto tranne il libero mercato: dazi, limiti alla circolazione di materie prime e alle catene produttive, vero e proprio dumping da parte del Sudest asiatico. Da noi c’è una prateria, mentre le nostre aziende all'estero non possono toccare palla. Per questo sosteniamo da tre anni che il patto di stabilità deve essere rimosso: è nato in un contesto economico completamente diverso da quello di oggi. Con la politica del rigore rischiamo di spazzare via un intero settore industriale”.Articoli più lettiMa quella della terziarizzazione – chiediamo –, non è stata una scelta deliberatamente operata decenni fa, per giungere a un'economia della conoscenza, a più alto valore aggiunto, con meno inquinamento? Ci sono voci per cui la stessa Electrolux punterebbe ad abbandonare progressivamente la produzione per limitarsi a gestire il marchio.La terziarizzazione, in Italia, ha significato soprattutto turismo, Italian meraviglia, per dirla con le parole del governo. Per dirla con Ficco: “L’industria è una garanzia per l’economia. I servizi non sviluppano la stessa redditività di queste produzioni, la cui assenza nel nostro paese ci rende schiavi. Per noi è importante riprendere in mano il settore industriale, ricordando che la questione non può essere affrontata solo a livello nazionale: serve un'azione europea, per rafforzare in maniera radicale quello che abbiamo smantellato vent’anni fa. Pensiamo alla microelettronica, finita ai paesi emergenti, e che oggi è così importante”.Abbandonare l'ideale della concorrenza?Il sindacalista si spinge persino oltre. “Che senso ha impedire le aggregazioni di impresa se poi tutto il mondo non le vieta?”. Il riferimento è alle norme antitrust (sia italiana che europea), che serve a stimolare la concorrenza. “Sì, ma altrove è concesso, col risultato che gli altri hanno i grandi campioni industriali e a noi restano i soldatini", dice alludendo al modello di capitalismo coreano o anche cinese, con grandi conglomerati che producono di tutto – pensiamo a Samsung –: un esempio che pareva anacronistico dieci anni fa, ma che probabilmente è più adatto a questi tempi in cui la produzione just in time è sbiadita come un ricordo del passato e l'assenza di un componente può bloccare le macchine per settimane.Cosa fare, dunque? “Servono interventi strutturali che non ci sono", riprende Colautti. "Non c'è un fondo per gestire le transizioni industriali; c'è, invece, l'incapacità di gestire forti elementi di digitalizzazione della produzione. Per non parlare delle scelte sbagliate del governo Meloni, che è convinto che i grandi gruppi industriali si possono riconvertire nella filiera del riarmo. Lo sta facendo la Germania, ma con miliardi di euro di investimenti; ovviamente preferiamo l'economia civile, ma qui da noi non accadrà comunque. E si produrrà solo desertificazione”.
Electrolux, come i sindacati vedono la crisi del gruppo svedese che taglierà 1700 dipendenti in Italia
I costi dell'energia e delle materie prime troppo alti, i ritardi del governo, una politica industriale svuotata. Wired ha fatto un viaggio tra le sigle sindacali che stanno affrontando una delle più grandi crisi degli ultimi anni










