C’era un tempo in cui la Sicilia era il laboratorio politico del centrodestra italiano. La cassaforte elettorale. Il luogo dove certe formule nascevano prima ancora che a Roma, dove il potere si organizzava con una disciplina quasi naturale e dove vincere le elezioni sembrava più una consuetudine che un obiettivo. Adesso, invece, la Sicilia è diventata il posto dove il centrodestra rischia di implodere davanti ai propri elettori.
Mentre il presidente della Regione, Renato Schifani, annuncia pubblicamente di voler correre per un secondo mandato nel 2027, il suo governo procede a strattoni, inciampa sulle stesse gambe della maggioranza che dovrebbe sostenerlo e, soprattutto, appare incapace di controllare il Parlamento regionale. Più che una coalizione di governo, sembra una federazione di rancori.
All’Assemblea regionale siciliana succede ormai qualcosa di politicamente clamoroso: l’opposizione detta l’agenda e la maggioranza va sotto su provvedimenti simbolici. Non accade per caso. Accade quando un sistema di potere smette di riconoscersi come tale. Quando i partiti iniziano a parlarsi attraverso interviste, comunicati e minacce reciproche. Quando il collante del consenso si indebolisce e riemerge la vera materia della politica siciliana: il controllo delle nomine, degli enti, delle società partecipate, della sanità, delle assunzioni. Ed è proprio sulle assunzioni che il centrodestra si è fatto male da solo.













