. Rispetto alle ultime edizioni non c’è stata, almeno finora, ombra di polemiche sulla “egemonia culturale” da parte della destra,di Corrado Oconesabato 16 maggio 20263' di letturaC’ è una novità quest’anno al Salone del libro di Torino, giunto sotto la direzione di Annalena Benini alla XXXVIII edizione. Rispetto alle ultime edizioni non c’è stata, almeno finora, ombra di polemiche sulla “egemonia culturale” da parte della destra, né ci sono state censure preventive e sollevazioni di intellettuali di sinistra. Sembra veramente il Salone della concordia, e peccato che Torino sia poi la patria di Luigi Einaudi che all’armonia preferiva il conflitto, indicatore per lui di una società aperta, vitale, in crescita, liberale. Cosa è successo? Finalmente ci troviamo di fronte a un Salone pluralista, a più voci e tutte equamente bilanciate? Finalmente gli “irregolari”, quelli veri, che fanno la forza di una cultura, sono stati ammessi ai tavoli che contano accanto ai nomi dei “soliti noti”, degli scrittori di cui già sappiamo quello che diranno nei dibattiti prima ancora che parlino?Finalmente tutti possono avere questa volta la possibilità, uscendo dal Salone, di confrontare tesi opposte e farsi una propria idea sui temi dibattuti? Purtroppo no: il pensiero che domina anche quest’anno, forse ancora più degli altri anni, è a tinta unica. Ed anche i protagonisti principali son sempre gli stessi, dai Zagrebelsky ai Carofiglio, dai De Giovanni alla Maraini, giusto per fare qualche nome. D’altronde, sono gli autori che riempiono le sale, e che vendono pure qualche libro (anche se al Salone si va poco per scegliere, scoprire e comprare). Come suol dirsi, cavallo vincente non si cambia. Ma perché vincente? L’impressione è che il “pensiero unico” trionfante sia, per molti, come una cura lenitiva e rassicurante, una terapia atta a confermarli nelle loro idee e convinzioni, che dopo tutto non sono troppo sofisticate. Anzi, sono il più delle volte ovvietà, stereotipi, luoghi comuni, che tutti insieme costituiscono quella mediocrazia che ci avvolge e quasi ci coccola ogni giorno. Ora, sia beninteso, qualche novità compare, e quest’anno è la volta della Palestina: dibattiti, instant book, bandiere pro-Pal letteralmente tracimano, li trovi dove meno c’entrano e te l’aspetteresti. Non si sentono le voci dell’altra campana, quelle di Israele, anche perché se ci fossero sarebbero subissate di fischi e non potrebbero parlare. C’è poi la novità relativa di Trump, di cui nessuno si sforza di capire le ragioni, per quanto contestabili, ma tutti sono impegnati a descriverlo come Satana o giù di lì.Ma sono novità tutte interne a un perimetro già delineato, indiscutibile. Insomma, la chiave predominante è quella dell’omologazione. La vera “vittoria” di chi ha elaborato il pensiero dominante è quello di aver saldato le idee progressiste al pubblico di massa e, quindi, anche agli interessi del mercato. Nulla da eccepire. Ma, poiché il “pensiero unico”, non è mai un bene per le società democratiche, toccherebbe allo Stato che lautamente finanzia eventi come il Salone agire per agevolare l’immissione di dosi di pensiero critico in una struttura apparentemente oliva. Non per opporre una «cultura di destra» a quella «di sinistra», ma per combattere ciò che solo una democrazia ha da temere, da qualunque parte arrivi: il conformismo, appunto. Sempre Einaudi scriveva che il bello e il vero «non è l’unità, ma la varietà e il contrasto». La vera novità di quest’anno che gli intellettuali critici sembrano aver deposto le loro armi, rinunciando a una battaglia che certo non è semplice e di breve periodo ma pure è indispensabile. Forse un momento di stanchezza, ma va superato. Per il bene di tutti, a destra come a sinistra.