“La cultura non è né di destra né di sinistra”. E ci mancherebbe. Annalena Benini le polemiche le schiva come Deborah Compagnoni schivava le porte del gigante al Sestriere (a proposito la campionessa di sci presenta la sua biografia, Ragazza di montagna, il 16 maggio tra le sale del Lingotto). Figuriamoci se la direttrice del Salone del Libro di Torino 2025, la seconda edizione con capoclasse nominata durante l’interregno Meloni, si va ad impelagare in polemiche ideologiche, cavalcate della vittoria, strilli di conquista. A quello ci pensa il ministro Giuli che arriva a Torino nelle prossime ore per partecipare ad un incontro con editori, librai e bibliotecari. Chissà se come cineasti ed attori, il gruppo dei letterati farà anch’esso la festa al Ministro? La “crisi” sbandierata con veemenza da Segre, Germano&co qui traslata sull’editoria significa (dati AIE alla mano) per i primi tre mesi del 2025 circa un milione di copie vendute in meno rispetto all’anno scorso. Un’emorragia che fa spavento.

Forse anche per questo c’è aria di quiete tra i corridoi ancora vuoti, ma pieni di scatoloni e, of course, libri del Salone torinese. Lontani i tempi dello sdegnato gran rifiuto di Paolo Giordano e delle fiammate di protesta contro la ministra Roccella. Benini prende di petto, intanto, la questione femminile e, tra i 1000 eventi in programma si siede umile tra gli umili e presenta E ho smesso di chiamarti papà (Utet) scritto da Caroline Darian, la figlia di Gisele Pelicot, come dire, figlia sia della vittima (la madre) che del carnefice (il padre) che rammenterà dettagli e riflessioni sul caso di violenza casalinga che ha sconcertato i francesi e non solo. Donne su donne, anche se senza l’allure politica di un Salman Rushdie che aprì il Salone in pompa magna l’anno scorso (noi abbiamo il nostro Rushdie, Roberto Saviano, habitué del Lingotto, presente in ben tre incontri quest’anno), ecco che l’apertura tocca a Yasmina Reza. La 66enne drammaturga parigina (in Italia pubblica Adelphi) autrice prima di tutto di testi caustici sulla borghesia contemporanea (Arte, Il dio del massacro) che sono diventati sacre tavole della derisione di certo snobismo elitario e di un fine politicamente scorretto.