Niente contemporanei russi, ma i classici greci. Al Salone del Libro 2026 migliaia di pagine da sfogliare, da Omero a Petros Markaris, al posto dei padiglioni da sigillare. Il nuovo corso firmato Annalena Benini al Lingotto torinese, sempre nomina del governo Meloni, non dà di certo i grattacapi di Pietrangelo Buttafuoco in Laguna. Tutto va bene, madam(in)a la marchesa, sotto la Mole di un Salone gigantesco che nemmeno le esposizioni universali di fine Ottocento.

Perché a dirla tutta, vince le elezioni quello, sposti quell’altro, nomini quest’altro ancora, il Salone del Libro ha oramai assunto da un paio di decenni una forma nazionalpopolare dilatata, pantagruelica, al passo con le classifiche di vendita, che non c’è santo meloniano che tenga. La formula che vince nessuno potrà mai cambiarla. Destra o sinistra (?), alto o basso, chi in Italia si definisce lettore forte e compra il romanzo di Bianchini, di Saviano, della Littizetto, di De Giovanni o Malvaldi, al Salone del Libro trova i suoi paladini tutti in fila, da quelli del romance a quelli del saggio d’inchiesta, spolverati come star al cospetto di Fabio Fazio, srotolati tra poltrone e presentazioni che in certi casi vedono adunate oceaniche da mille persone a botta. Quale altra direzione potrà mai prendere “politicamente” il Salone che non sia quello di accompagnare questa fiumana (non proprio dannunziana) di gente che entra con un entusiasmo da spettatori per le rockstar?