Tutti appesi a Trump e Xi Jinpjng. E siccome il primo è più antipatico del secondo - lo conoscono poco - ecco i filocinesi. In Italia prosperano. Non sono più quelli di una volta, i militanti orgogliosi una volta con Mosca e l’altra con Pechino; oggi ci sono i loro eredi, a mani giunte per fiutare affari. Però la memoria ci ricorda anche i loro padri. In quegli anni comandava Mao, che rappresentava per l’estremismo nostrano una rivoluzione radicale anti-sistema. Era proprio la Cina l’idolo di chi cercava un’alternativa “pura” sia al capitalismo occidentale sia all’URSS. Ora il sogno si è trasformato in superpotenza globale e non più nell’antico modello rivoluzionario “periferico”. Ma resta quel meccanismo che fa da collante tra ieri e oggi. Resiste quella tendenza a vedere la Cina come contrappeso all’Occidente e questo può portare a minimizzare o giustificare aspetti che solo una certa retorica indulgente potrebbe definire “problematici”. È in una espressione che si comprende facile, antioccidentalismo riflesso.

Sicuramente sarebbe sbagliato semplificare troppo. I maoisti italiani degli anni ’70 erano militanti organizzati e ideologici. Oggi non esiste quasi nulla di paragonabile in termini di massa o struttura: i difensori odierni della Cina lo fanno per ragioni geopolitiche, non ideologiche; oppure per contrapporsi ad America e Nato. O ancora per interessi economici o accademici. Sono quelli che tendono a leggere il mondo in chiave “blocchi” (in nessuno di questi - ahinoi - conta qualcosa l’Europa). Accanto, prosperano pezzi della sinistra radicale, ambienti pacifisti radicali, alcune reti “no Nato”. Con un atteggiamento tipico: più che elogiare la Cina, criticano l’Occidente. E Pechino diventa “il male minore”. Chi tende a difendere la Cina - in Italia come altrove - usa spesso alcuni schemi ricorrenti. «E però l’Occidente...» spostando il discorso sugli errori degli Usa e della Nato.