Dall’incontro Trump-Xi alle tensioni su Taiwan, fino alla competizione in Africa e Artico, un’analisi dei rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina e delle prospettive della rivalità globale tra le due potenze. Intervista con Zeno Leoni, ricercatore in Studi strategici al King’s College di Londra e membro del Lau China Institute
Il vertice Trump-Xi non sembra aver prodotto svolte clamorose, ma conferma una realtà ormai consolidata: Washington resta la principale potenza globale, senza però riuscire a imporre cambiamenti strutturali a Pechino. Parola di Zeno Leoni, ricercatore in Studi strategici al King’s College di Londra e membro del Lau China Institute, che ha accettato di rispondere ad alcune domande di Formiche.net sull’incontro tra i due leader e, più in generale, sui rapporti di forza tra le due superpotenze dell’odierno contesto internazionale.
In molti hanno detto che a questo summit Trump sarebbe arrivato in una posizione di debolezza rispetto a Xi, sia per la questione di Hormuz che per quella dei dazi. Le notizie sull’andamento dell’incontro confermano questo equilibrio?
La narrazione su chi sia forte o debole esercita sempre un forte richiamo nel dibattito giornalistico. Tuttavia, parlerei piuttosto di un equilibrio, evitando una lettura che sottintenda una Cina inevitabilmente in ascesa e Stati Uniti in una posizione statica o di declino. In un sistema internazionale composto da Stati sovrani, caratterizzato da interdipendenza economica e dalla persistente rilevanza della geografia nei rapporti di forza, il divario deve essere molto ampio prima di poter parlare realmente di una posizione di forza o di debolezza. Una maggiore capacità militare o economica da parte di uno stato, infatti, non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di determinare gli esiti politici o strategici nei confronti dell’altro.













