Chi tra Xi Jinping e Donald Trump arriva in vantaggio al vertice di Pechino? Si è detto che il prolungamento del conflitto iraniano rafforza la posizione cinese, perché ha distratto il presidente americano dal dossier asiatico, con spostamento di imponenti equipaggiamenti militari da basi in Sud Corea, per esempio. Xi può essersi ulteriormente convinto che «l’America è in declino e l’Oriente (il suo Oriente) è in ascesa». Però, non è detto che il suo grande ego suggerisca al presidente americano la stessa considerazione. Trump è capace di sorprendere, l’imprevedibilità è la sua grande forza e anche la sua debolezza. Di sicuro vorrà prendersi la scena a Pechino. La crisi iraniana presto o tardi sarà superata (presumibilmente con un nuovo stallo, sempre meno grave di una soluzione di forza schiacciante). L’attenzione americana dal Golfo tornerà sul Pacifico. Xi è rimasto concentrato su Taiwan. I cinesi hanno cerchiato di rosso la T nella loro lista di richieste alla Casa Bianca per il vertice, assieme alle t di tariffe doganali da congelare e di tecnologia americana utile allo sviluppo dell’industria cinese. Da quasi ottant’anni gli Stati Uniti hanno protetto l’isola dalle ambizioni cinesi di riunificazione, o annessione a seconda degli opposti punti di vista. Tutti i presidenti si sono trincerati dietro l’ambiguità strategica, la formula in base alla quale Washington riconosce che esiste «Una sola Cina» ma non è disposta a lasciar cadere Taipei in mano a Pechino.
Se Taiwan diventa merce di scambio
Finora Trump è stato ambiguo ma c’è chi teme che in Cina possa fare concessioni a Xi










