In scena c’è un uomo così debole «da sembrare contemporaneo: incarna il simbolo del potere nel nostro presente: dove in politica non ci sono più eroi, ma uomini fragili che fanno sempre scegliere a qualcun altro». E qui l’Admeto di Euripide, portato in scena da Filippo Dini, per sfuggire alla morte «lascia che sia sua moglie a sacrificarsi. E pensare che la ama con tutto il suo cuore: ma la ama in questo modo qui». C’è «una società patriarcale che non abbiamo superato», una grande donna «che fa un viaggio nell’orrore e torna rinnovata ma tragicamente». E c’è l’arte, «la mia speranza è che serva a cambiare le cose: lo faccio per le mie figlie».

C’è tutto questo in Alcesti, la nuova coproduzione del Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazionale con Fondazione Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico) che stasera debutta al Teatro Greco di Siracusa, con la regia di Filippo Dini (che interpreta anche il ruolo di Ferete). Genovese, Dini proviene dalla Scuola del Teatro Stabile di Genova: «Ha fondato il mio gusto, la mia disciplina, il mio modo di fare questo mestiere. Anche la mia ispirazione».

In che modo?

«Grazie ad Anna Laura Messeri, a Marco Sciaccaluga, a Massimo Mesciulam, a quando andavo mille volte a veder recitare Eros Pagni. Genova è come la mamma, nel bene e nel male: le devo molto. A Roma ci chiamavano i “genovesi”. Era uno stile, molto ben definito. Un sinonimo di solida preparazione».