Roberto Scarpinato, 74 anni, già procuratore generale a Palermo, ora senatore della Repubblica a 5 Stelle e membro della commissione parlamentare antimafia, che si trova ad occuparsi anche di lui per il ruolo svolto negli anni Novanta nella gestione di un’indagine, dossier e quant’altro su mafia e appalti, è inconsapevolmente prigioniero della politica. Alla quale è passato, da ex magistrato, il più scortato d’Italia quando indossava la toga, accettando la candidatura alla Camera offertagli personalmente e orgogliosamente dall’ex premier Giuseppe Conte, presidente del movimento che fu di Beppe Grillo.

È stata una scelta, quella politica di Scarpinato, che ha finito per farlo partecipare ad una pratica che ora, provata un po’ sulla sua pelle, egli deplora vigorosamente, come nel suo stile, sentendosi inquisito e persino processato, in una sovrapposizione e confusione di funzioni, per la sua passata attività di magistrato.

Forse anche per questo, e non solo per il clima sopraggiunto alla vittoria referendaria, il mese scorso, della riforma costituzionale della magistratura, Scarpinato ha recentemente auspicato, scrivendone sul Fatto Quotidiano, l’autoscioglimento della commissione parlamentare antimafia presieduta dalla sorella d’Italia Chiara Colosimo. O il suo blocco, la sua volontaria rinuncia al lavoro assegnatole con tanto di legge, compreso quello proposto dalla premier Giorgia Meloni, parlandone in Parlamento, di occuparsi anche delle possibili infiltrazioni mafiose in tutti i partiti, compreso o a cominciare dal suo.