Roberto Maria Ferdinando Scarpinato, siciliano, ha avuto una lunga carriera in magistratura. Prima di approdare in Parlamento, nelle file di Cinque Stelle, ha ricoperto ruoli di primo piano, fino a diventare procuratore generale della Corte d’Appello di Palermo. Piero Sansonetti è un giornalista di lunga e ricca militanza e finanze corte modeste. Una vita all’Unità, della quale è direttore. Si muove per Roma in bicicletta perché non ha l’auto, ha due figli ancora alle elementari, oltre a due più grandi, non è un criminale ma ha lo stipendio pignorato fino al 2091. Cosa accomuna questi due uomini?

Sono come i Duellanti del celebre film di Ridley Scott, solo che il loro campo di battaglia sono le aule giudiziarie. Si inseguono su è giù per l’Italia per avere soddisfazione, animati da una banalità, un affronto, uno screzio, divenuti motivo di odio insanabile. Sansonetti, ogni volta che vede Scarpinato, gli fa sempre la stessa domanda: «Perché, quando era pm a Palermo, chiese l’archiviazione del dossier mafia-appalti, preparato dal colonnello Mario Mori per Giovanni Falcone, al tempo già assassinato, e di cui voleva occuparsi Paolo Borsellino prima di essere anche lui fatto saltare in aria da Cosa Nostra?». La risposta del senatore grillino non cambia mai: una querela, come si il quesito giornalistico contenesse in sé una portata offensiva, un’insinuazione indebita.