Quali sono i «fatti che non vi posso riferire ma che sono di grandissima rilevanza?» C’è una frase, sepolta in un verbale del 29 luglio 1992, che oggi pretende finalmente una risposta. A pronunciarla fu Roberto Scarpinato, allora pubblico ministero a Palermo, davanti al Consiglio superiore della magistratura, appena dieci giorni dopo la strage di via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Siamo nel pieno della più grave emergenza della storia repubblicana e Scarpinato, chiamato a riferire su ciò che accadeva all’interno della Procura di Palermo, decide di mettere a verbale una dichiarazione che ancora oggi suona come una deflagrazione rimasta senza eco: esistono «fatti che non vi posso riferire ma che sono di grandissima rilevanza». Dopo quella frase, però, il vuoto. Nessuno al Csm, per oltre trent'anni, gli ha mai chiesto spiegazioni. Quel passaggio, a pagina 46 del verbale, non è una cautela formale. Scarpinato lo chiarisce: si tratta di circostanze note a pochissimi, legate a «determinati livelli». E aggiunge un elemento ancora più inquietante: Borsellino raccomandava la segretezza. Perché? Segretezza rispetto a chi?