«Un “sì” ti conferma, ma un “no” ti riaccende. Ti impone di fermarti a riflettere, di rimettere tutto in discussione. E alla fine di quella riflessione, se sei una persona abituata a guadagnarsi le cose sul campo, capisci una cosa semplice e potentissima: che il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta».
Giorgia Meloni non ci sta a farsi disarcionare dopo la battuta d’arresto incassata alle urne, con il governo uscito ammaccato dal sonoro “no” degli italiani alla riforma della giustizia. La premier lo dice forte e chiaro nella sua informativa nelle Aule parlamentari di Camera e Senato, con un discorso di ben 54 minuti filati - «regà, è ancora lunga», ci scherza su - intervallati da qualche sorso d’acqua e da ironici sorrisini e sfottò diretti all’opposizione: «Vi vedo nervosi colleghi, come mai?», punge divertita dal nervosismo che di tanto in tanto si leva dagli scranni alla sua sinistra. Con Elly Schlein che, di fronte alle prossime sfide che Meloni mette in fila, mostra il numero 4 con la mano, gli anni che l’esecutivo si lascia alle spalle. Della serie: tempo ne hai avuto, basta promesse, potevi svegliarti prima.
Meloni invece di anni ne vede un altro davanti a sé: l’ultimo, decisivo per fermare l’emorragia di voti fotografata dal referendum e dagli ultimi sondaggi che girano e tolgono il sonno al centrodestra. «Gli italiani sappiano che il governo c’è - scandisce sicura - determinato a fare del suo meglio, ancora meglio, fino all’ultimo giorno del suo mandato». Un chiarimento più che dovuto necessario, dopo lo tsunami scatenato dalla debacle elettorale, con il «sacrificio» di una ministra e di un sottosegretario in quota Fdi, Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, nonché della capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusy Bartolozzi, la donna ombra del Guardasigilli, un pezzo da 90 nel dicastero di via Arenula. Un repulisti deciso da Meloni e iniziato appena 24 ore dopo il responso referendario. Alimentando il sospetto, dentro e fuori l’esecutivo, che la sconfitta avesse innescato una slavina inarrestabile. Da qui le voci di voto anticipato, rimpasto, governo tecnico e Meloni bis, spifferi alimentati dal silenzio della premier, inespugnabile anche per i suoi fedelissimi.













