In caso di sconfitta «per il governo non cambierà nulla», ripeteva Giorgia Meloni fin dal primo giorno di campagna referendaria. Lo ripete anche oggi, seppur con i toni dello sconforto: «Resta il rammarico, è un’occasione persa, ma andremo avanti come abbiamo sempre fatto». La premier si riferisce alla possibilità di sue dimissioni, difendendo quindi il suo diritto a rimanere a Palazzo Chigi fino alla scadenza del mandato, ma è evidente che questo risultato rappresenta uno spartiacque nella legislatura. Inciderà sulla sua immagine politica, sulla forza dell’esecutivo, sulla coesione del centrodestra.

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È il primo rovinoso inciampo di Meloni da quando è al potere. E così si incrina, innanzitutto, la sua narrazione di leader del popolo, ora che il popolo ha bocciato l’unica riforma costituzionale che era riuscita a condurre in porto. Di conseguenza, si chiude definitivamente anche ogni spiraglio per il premierato, «la madre di tutte le riforme», come la chiamava Meloni. Resta invece in piedi l’intenzione di cambiare la legge elettorale. La premier aveva rinviato l’apertura delle trattative con il centrosinistra a dopo il referendum. Adesso, però, quel negoziato è destinato a complicarsi: da una parte i partiti di centrodestra, pur avendo la maggioranza in Parlamento, escono ammaccati dalle urne, dall’altra le opposizioni rinsaldano la loro intesa e possono mettere sul tavolo una forza che si è pesata nelle urne. Sarà questo il vero grande campo di battaglia dei prossimi mesi.