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Avrebbe potuto tenere un discorso di verità rivolto al Paese: prendere atto della sconfitta, dentro cui ci sono le tante inquietudini del paese (vai alla voce: Donald Trump) ben oltre la separazione delle carriere. E poi, proprio da “figlia del popolo”, trarne una lezione e illustrare il “che fare” di qui alla fine della legislatura, con lo spirito di un “nuovo inizio”. Magari, anche con l’idea di unire il Paese in questa fase difficile.

E invece Giorgia Meloni ha scelto il registro dell’orgoglio ferito. Un discorso divisivo e tutto rivolto al suo mondo. Più che da premier di una nazione, da capo di una fazione, che preferisce un mix di autoesaltazione e vittimismo all’autocritica, lo sventolio di bandiere all’analisi pacata, il culto di sé da alimentare alla cultura di governo da praticare, l’idolatria dell’io alla fatica del noi.

Diciamo le cose come stanno: è stato il primo comizio della lunga campagna elettorale per le elezioni del 2027. Che, però, tanto assomiglia all’ultimo di quella appena conclusa, con tanto di sproloquio iniziale sulla bontà della riforma (bocciata). Compreso l’invito, rivolto ai magistrati, ad applicare le leggi e a non remare contro, col consueto corredo di polemiche con l’Anm.