Un intervento lunghissimo, il più corposo di sempre. Quarantacinque minuti di fila, salvo limature dell’ultimo minuto. Giorgia Meloni interverrà oggi in Parlamento per fare il punto sull’azione di governo da qui a fine legislatura. Un’informativa che arriva dopo la debacle elettorale, anche per mettere a tacere le voci di una crisi all’orizzonte, di rimpasti chirurgici o di rimpastoni che porterebbero dritti a un Meloni bis. La premier sarà alle 9 alla Camera e alle 13 al Senato per illustrare la “fase due” che ha davanti, mostrando plasticamente la volontà di restare in sella, pur ammettendo, già dalle prime righe del suo intervento, che la sconfitta sulla riforma della giustizia è stata chiara, inconfutabile. Salvo ricordare che, sin da tempi non sospetti, aveva messo in chiaro che qualsiasi fosse stato l’esito del voto referendario lei sarebbe rimasta saldamente alla guida del Paese.

Ma il grosso dell’intervento di Meloni verterà sulla politica estera, e non potrebbe essere diversamente davanti a una guerra mondiale combattuta a pezzi, il Libano che brucia in barba alla tregua di due settimane che all’improvviso sembra tornare a vacillare. Ieri l’attacco sferrato dall’Idf su Beirut ha fatto sì che la presidente del Consiglio si rimettesse a lavoro sul suo discorso, perché quanto accaduto in Libano - con un mezzo Unifil italiano colpito dall’esercito israeliano - non può certo passare sotto silenzio. Già ieri è arrivata la condanna ferma di Meloni, anche se a Palazzo Chigi si è ragionato a lungo se lasciare che a pronunciarsi nell’immediato fossero solo il ministro della Difesa Guido Crosetto e il responsabile degli Esteri Antonio Tajani. Lasciando alla premier l’ultima parola, o meglio l’ultimo affondo, nell’arena dell’Aula. Poi la scelta di intervenire con una nota durissima. Lo stesso tono severo che la presidente del Consiglio adotterà oggi alle Camere, tornando a marcare le distanze con Benjamin Netanyahu, mai così lontano come in questa fase. Con un copione che per certi versi appare simile a quello adottato con gli States di Donald Trump, nonostante ieri da JD Vance sia arrivata una “carezza” per l’alleata italiana, lodata assieme a Viktor Orbàn per aver dato una mano sulla guerra in Ucraina. Confermando un rapporto privilegiato che, visti i tempi che corrono e le intemperanze del tycoon, per Meloni si è trasformato in una patata bollente da maneggiare con cura.