Non c’è niente di meglio del Meeting di Rimini, per un premier alla ripresa dopo le vacanze. È come l’Us Open per Sinner, o la prima a San Siro per la ThuLa: dà la carica.

E infatti la standing ovation che ha accolto Giorgia Meloni, portandola sull’orlo delle lacrime di commozione, l’ha proiettata nel Pantheon dei beniamini di Cl, da Andreotti a Berlusconi a Draghi. Comunione e Liberazione non sarà forse più in grado di mandare al Giubileo tanti giovani come i Neocatecumenali, ma il vortice di folla dei ragazzi del Meeting è ancora qualcosa che dà i brividi.

D’altra parte, la ex ragazza di Colle Oppio sa ormai toccare le corde giuste per esibire uno standing «presidenziale». Nella sua descrizione dei fatti del mondo è oggi difficile trovare una discontinuità con la tradizione storica del nostro Paese: filo-americano sì ma europeista, difensore del diritto a esistere di Israele sì ma anche vicino ai palestinesi, amante della pace sì ma fedele alla Nato, che è un’alleanza militare. E infatti il piatto forte del discorso di Rimini è stata la politica estera, l’habitat che a sorpresa si è rivelato il più adatto a questa giovane donna fino a tre anni fa a digiuno di ogni esperienza internazionale. Parole dure sui massacri di Israele. Parole dure sulla volontà di potenza e di rapina della Russia. Parole dure su una Europa che deve fare di più, a Gaza e in Ucraina, «come ha detto Draghi».