La premessa è che, qualunque siano state le ragioni e chiunque siano i responsabili maggiori della situazione che si è venuta a creare, bisogna porvi fine immediatamente. I tre figli di Nathan e Catherine Trevallion sono stati prelevati da una casa nel bosco per essere rinchiusi in quella che i piccoli vivono come una prigione; per di più, con l’angoscia che comporta essere stati privati anche del conforto materno. La cronaca racconta che assistenti sociali e autorità giudiziaria hanno reagito con la forza alla chiusura che la famiglia aveva avuto nei confronti delle istituzioni. Mamma e papà non gradivano intromissioni nel singolare ménage famigliare e chi doveva aiutarli, anziché abbattere il muro di diffidenza, ne ha eretto uno ancora più grande, costruito con i mattoni della prepotenza, dell’arroganza e della mala ideologia. A cementarli, è stata anche una buona dose di incompetenza e manipolazione narrativa. Gli assistenti sociali hanno tolto i bambini dal loro contesto per ovviare a problemi pratici - l’istruzione, la confortevolezza dell’alloggio, la vaccinazione - ma ne hanno creati di più grandi e complessi, e non certa soluzione. Per giustificare i danni fatti, hanno poi dipinto la madre come una strega e ignorato l’indicazione degli psichiatri che invocavano il ricongiungimento famigliare.