Al quinto giorno di guerra, mentre gli effetti dell’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro Repubblica islamica dell’Iran si sono rapidamente propagati dal punto di impatto a tutto il Medio Oriente, coinvolgendo indistintamente alleati e avversari, sul planisfero iniziano a delinearsi gli schieramenti. Tra chi si è esposto, chi ha minacciato misure per contrastare gli attacchi e chi ha denunciato “violazioni di sovranità” nascondendosi dietro le Nazioni Unite, vediamo come si posizionano le monarchie del Golfo, gli europei, gli Stati del Commonwealth, i leader asiatici e quelli dell’America Latina.
Nelle prime quarant’otto ore di conflitto l’Iran ha preso di mira tutti i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg). Emirati arabi uniti hanno minacciato un’azione militare (secondo indiscrezioni di stampa, contro i siti missilistici di là dallo stretto di Hormuz). Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, dove i droni iraniani hanno colpito la raffineria di petrolio di Ras Tanura, una delle più grandi al mondo, costringendola a una chiusura parziale. Anche in Oman, Kuwait e Bahrein sono stati colpite basi militari statunitensi, siti civili, infrastrutture petrolifere e del gas. Muscat, che ha svolto il ruolo di mediatore nei colloqui sul nucleare fin dall’accordo del 2018 siglato da Barack Obama, scommette ancora sulla diplomazia. Al tavolo dei negoziati, tutte le monarchie si sono impegnate per mesi nel tentativo di prevenire un’escalation che non destabilizzasse la regione ma che indebolisse l’Iran nel suo programma missilistico e nella sua rete di milizie. Dopo aver dichiarato che non avrebbero permesso che il loro territorio, il loro spazio aereo o le loro basi militari fossero utilizzati per operazioni contro Teheran, ora ritengono che la mediazione abbia causato maggiore insicurezza. Meglio la deterrenza.















