1. Manca la pistola fumante

A differenza che nel 2003, quando si trattava di rovesciare il regime di Saddam Hussein in Iraq, Stati Uniti e Israele hanno evitato di evocare o costruire “pistole fumanti”, come le famigerate “armi chimiche”, le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio “grandi come lavatrici e nascoste nelle case”, o la boccettina di antrace di Colin Powell all’Onu. I servizi di Intelligence sono stati molto cauti. Quelli americani hanno mostrato a Donald Trump come il programma missilistico iraniano potrebbe arrivare a produrre vettori in grado di colpire il territorio americano “entro dieci anni”. Non hanno dato scadenze per l’eventuale realizzazione di una bomba atomica e solo riferito che il programma è stato “riavviato”. A questo punto Trump ha rotto gli indugi e indicato come motivazione la necessità di rovesciare la Repubblica islamica. La verità, per una volta.

LIVE Attacco Usa-Israele in Iran. Missili di Teheran su Tel Aviv, Dubai e basi Usa nel Golfo

2. Non c’è una coalizione

L’attacco, per altro al mattino e non di notte come quasi sempre si usa nei raid a sorpresa, non è stato preparato sulla base di un’alleanza regionale. Sia nel 1991 che nel 2003 gli Stati Uniti si erano premurati di aggregare alleati europei e regionali prima di scatenare l’attacco. E avevano evitato un coinvolgimento diretto di Israele, per non alienarsi le opinioni pubbliche in Medio Oriente. Questa volta la guerra è israelo-americana, non ha l’appoggio ufficiale di alcun Stato arabo o musulmano, è costretta a usare come punti di partenza le basi nello Stato ebraico e le portaerei e non è in grado al momento di aprire un fronte terrestre perché priva di una testa di ponte al confine con l’Iran. Unico punto di appoggio potrebbe essere il Kurdistan iracheno alla frontiera con quello iraniano.