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12 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 16:14
“Il trapianto di cuore è un percorso estremamente complesso e delicato che coinvolge un numero enorme di persone, ognuna delle quali deve fare la sua parte, esattamente come prevedono i protocolli, né di più né di meno”. Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita di Torino, descrive una realtà in cui attenzione e precisione non sono un obiettivo, ma requisiti minimi. Eppure, nel recente caso dell’Ospedale Monaldi di Napoli, qualcosa in questo ingranaggio si è inceppato in una delle fasi più critiche: quella della conservazione dell’organo donato prima che possa tornare a battere nel petto del ricevente.
La procedura di un trapianto non comincia dunque in sala operatoria, ma nel momento in cui, accertata la morte cerebrale del donatore, l’équipe dei prelevatori “ferma” il tempo. “È il momento del clampaggio dell’aorta: il sangue smette di circolare e il cuore viene irrorato con una soluzione cardioplegica fredda che ne sospende l’attività metabolica”, spiega Pace Napoleone. Da quel secondo parte un countdown spietato: l’ischemia fredda. L’organo ha un’autonomia di circa 4 ore. Per mantenerlo in vita in questo limbo, la procedura di conservazione è un rito da seguire minuziosamente. L’organo viene inserito in tripli sacchetti sterili con soluzione fisiologica e riposto in un box termico con ghiaccio normale. La temperatura deve restare rigorosamente tra i 2°C e i 4°C.
















