Nessuno lo dice ma a destra lo strappo di Vannacci crea molta preoccupazione su un punto in particolare. Quello dell’identità, parola diventata magica. Perché, in fondo, quello che il generale dice è quello che in ampi settori della maggioranza si pensa. Ma non si dice. O almeno non si dice più. Dalle tesi filo-Putin, a quelle più estreme sull’immigrazione, fino all’ostilità per l’Europa, la versione vannacciana è quello che potrebbe essere la destra all’opposizione senza vincoli istituzionali. È vero, nella Lega è un ancora così, soprattutto da parte di alcuni esponenti fatti parlare proprio per dare tono alla linea salviniana più estrema. Ma poi alla fine - come dice il generale colpendo nel segno - tutti fanno retromarcia.

Dunque, votano i decreti di aiuto all’Ucraina o le leggi di bilancio con l’aumento dell’età pensionabile. E pure sulla sicurezza, l’acceleratore non può essere spinto fino in fondo per l’intervento di Mattarella. Insomma, l’effetto Vannacci è che le forze di destra si sentono più imbrigliate nella rete istituzionale, tra equilibri interni e internazionali, tra il rapporto con il capo dello Stato e quello con Europa. Invece, il generale può permettersi di arare un terreno sgombro e troppo insidioso per chi guida Palazzo Chigi. Il dubbio è se lui, con le sue posizioni anti-Ue e anti-immigrati, possa perfino diventare un soggetto politico interessante per quelle tesi Maga più avanzate e peraltro interpretate – salvo vari dietrofront – da Trump. Si è visto, per esempio, che Musk si è avvicinato all’estremismo europeo dalla Gran Bretagna all’estrema destra tedesca, così come Vance che proprio a Monaco, in Germania, lanciò il suo attacco all’Europa.