È solo l’ultimo dei grattacapi che deve risolvere, ma potrebbe essere quello fatale per il suo mandato sempre più fragile. Il primo ministro britannico Keir Starmer si trova infatti nella delicata posizione di dover rispondere ai deputati laburisti e all’intera opinione pubblica sui motivi che lo avevano portato a nominare Peter Mandelson ambasciatore negli Stati Uniti. Quello di Mandelson, eminenza grigia della sinistra d’Oltremanica, è uno dei nomi di spicco emersi dai faldoni che contengono le mail inviate dal miliardario pedofilo Jeffrey Epstein: le foto che lo ritraggono nelle residenze di Epstein in compagnia di alcune ragazze e le ultime rivelazioni – che comprendono la diffusione di informazioni governative e pagamenti a suo favore e a favore del marito – hanno contribuito alle dimissioni di Mandelson dalla Camera dei Lord e dal Partito laburista. Ma non basta.
Avrebbe infatti mentito alle domande durante le procedure di verifica sui rapporti con Epstein, con dichiarazioni fuorvianti sul fatto che avesse soggiornato da lui anche dopo la prima condanna del 2008. Una storia che ricalca quella dell’ormai ex principe Andrea, allontanato dal fratello, re Carlo, dalla residenza di Windsor dopo l’ennesimo imbarazzo provocato dal suo coinvolgimento nello scandalo. Starmer ieri ha provato ad appigliarsi alla necessità di rivedere gli schemi con cui vengono condotte le procedure di verifica, scaricando la responsabilità sui servizi di sicurezza. Una posizione che non ha convinto e che ha spinto molti critici – laburisti compresi – a chiedergli come mai avesse deciso di nominare proprio Mandelson per il ruolo di ambasciatore a Washington, nonostante i suoi legami con Epstein fossero comunque noti. Mandelson è stato rimosso dall’incarico lo scorso settembre, dopo nemmeno un anno di mandato.











