Se non è il colpo di grazia alla leadership di Keir Starmer, ha tutta l'aria di esserne il preannuncio.
Lo scandalo legato al nome di Peter Mandelson, e ai suoi notori legami con il defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein, torna ad abbattersi sul premier laburista britannico, sospettato ora di aver "fuorviato" il Parlamento di Westminster sull'affaire e investito da una raffica di richieste di dimissioni: pressioni a cui al momento Downing Street resiste, ma che salgono ormai da tutti i partiti d'opposizione e persino da settori della maggioranza.
Ad assestare l'ultima legnata alla credibilità di sir Keir, giunto al potere meno di due anni fa con le credenziali dell'uomo di legge impegnato a far pulizia dell'opaca eredità dei precedenti governi Tory, è stata un'ennesima rivelazione sull'inopinata nomina politica da lui decisa l'anno scorso del controverso lord Mandelson, 72enne ex ministro, ex eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, ex commissario Ue ed ex consulente di business strapagato, ad ambasciatore del Regno Unito alla corte di Donald Trump.
Nomina revocata pochi mesi dopo solo di fronte al tracimare di rivelazioni ulteriori sul caso, con il corredo di un'ondata di siluramenti fra i funzionari dello staff di Number 10. "Capri espiatori", stando alla voci critiche, ai quali si aggiunge adesso Olly Robbins, segretario generale del Foreign Office. Su cui Starmer ha scaricato la 'colpa' dell'ultima sbalorditiva topica emersa nella faccenda, grazie ai dettagli di una ricostruzione del Guardian.









