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Dall’inizio della sua carriera politica quasi dieci anni fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha quasi sempre mantenuto una retorica isolazionista. Contraria cioè all’intervento degli Stati Uniti nel mondo e alle guerre all’estero, e favorevole invece a concentrarsi sui problemi interni del paese, come dice il suo slogan America First (l’America per prima). Trump ha sempre accusato l’establishment politico tradizionale di aver sprecato risorse ed energie in avventure all’estero e «guerre infinite» che non hanno portato nessun vantaggio al paese.

In un discorso fatto a maggio, Trump ha detto: «Alla fine, i cosiddetti nation builder hanno devastato molte più nazioni di quelle che hanno costruito, e gli interventisti sono intervenuti in società complesse senza capire come funzionassero». I nation builder a cui faceva riferimento Trump sono i politici interventisti della vecchia classe dirigente, convinti che, una volta invasi paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, sarebbe stato possibile costruirli (o meglio ricostruirli) come nazioni stabili e democratiche. Ma in pochi mesi Trump ha smentito i suoi stessi princìpi.

Nell’ultimo anno Trump ha attaccato gruppi radicali in Yemen, Iraq, Siria, Somalia e Nigeria; e a giugno ha bombardato i siti nucleari dell’Iran, un atto già di per sé straordinario.