«Quando l’attacco è finito hanno detto dai, facciamo un accordo. Dovrebbero farlo molti altri». L’ambiguità della frase sul Venezuela – non è chiaro se l’esempio da seguire sia quello di risolvere i problemi con la forza militare oppure di cedere alle pressioni statunitensi – è solo un esempio della difficoltà di decifrare rapidamente i fluviali 72 minuti di Donald Trump a Davos, zeppi di numeri e fatti controversi. L’intervento ha esordito con una litania ereditata dalla campagna elettorale del 2024. Dal lungo elenco di successi economici del suo primo anno di governo agli insulti a Biden, passando per l’energia eolica, Trump ha parlato al pubblico statunitense, forse per controbattere la crisi di popolarità segnalata da molti sondaggi.
Dopo una ventina di minuti, soggetto, oggetto e destinatario del discorso è diventata l’Europa. Se sono positive affermazioni come «crediamo fortemente nei legami» con l’Europa, «teniamo molto ai popoli d’Europa» e persino il voler collaborare con «chiunque voglia un Occidente forte e unito», entusiasma molto meno apprendere che per Trump ciò si fondi sulla propria origine etnica «100% scozzese per parte di madre, 100% tedesco per parte di padre».
Un’argomentazione razziale, cioè razzista, che si tramuta in disprezzo per l’Europa, in perfetta continuità concettuale con il discorso fatto undici mesi fa da J.D. Vance alla conferenza di sicurezza di Monaco e con la National Security Strategy dello scorso dicembre. L’Europa deve «tirarsi fuori dalla cultura che ha creato negli ultimi dieci anni» ed i paesi europei «si stanno distruggendo da soli». Della critica mossa all’Europa è parte integrante la sua impreparazione militare, della quale la Groenlandia sarebbe la cartina di tornasole. Incredibilmente, secondo Trump sarebbe nientemeno che la sconfitta della Danimarca da parte della Germania nel 1940 «in appena sei ore» a dimostrare che oggi solo gli Usa possono difendere quell’«enorme pezzo di ghiaccio, perché non si può chiamarla terra». L’invito all’Europa a farsi forte non serve dunque perché si difenda da sola, ma perché possa difendere gli Usa. Dallo spettro della Seconda guerra mondiale scaturisce la lezione del primato assoluto degli interessi Usa: la Groenlandia deve essere acquisita perché la sua importanza per gli Usa non ammette alternativa. Poco dopo, la rinuncia a prendere l’isola con la forza prende atto della necessità di non rompere con l’Europa, che viene rinforzata poche ore dopo dal ritiro dei dazi punitivi.












