DAVOS. Arriva Trump. Davos non è mai stata così esposta, così osservata, così politicamente contesa come in queste ore, mentre la prima parte della delegazione americana raggiunge la località alpina e il convoglio presidenziale viene annunciato da un dettaglio che pesa come un simbolo: un C-17 dell’Air Force atterra per garantire logistica e sicurezza al presidente degli Stati Uniti. È la Davos di Donald Trump, ed è una Davos diversa da tutte le altre, perché per la prima volta il forum che da mezzo secolo incarna l’idea di un capitalismo globale, coordinato e multilaterale diventa il palcoscenico di una sfida aperta a quell’ordine. Trump arriva con l’obiettivo di piegare linguaggio, agenda e rituali del World Economic Forum a una visione che rifiuta l’interdipendenza come valore e la sostituisce con il primato nazionale, la leva dei dazi, il negoziato bilaterale, la pressione sugli alleati.
Il presidente è atteso mercoledì per un discorso speciale, ma la sua presenza ha già riscritto la settimana. L’agenda ufficiale del WEF 2026, che prevede oltre 3.000 delegati da più di 130 Paesi e 64 capi di Stato e di governo, è stata in parte travolta dalle mosse di Washington: dalle minacce tariffarie contro diversi Paesi europei alla richiesta, rilanciata negli ultimi giorni, che gli Stati Uniti assumano il controllo della Groenlandia, un territorio che per l’Europa tocca sicurezza, sovranità e diritto internazionale. Fonti diplomatiche riferiscono che riunioni di consiglieri per la sicurezza nazionale, previste a margine del forum, hanno dovuto inserire la Groenlandia tra i punti urgenti dopo l’ultimo annuncio della Casa Bianca. È il segnale più chiaro di quanto Davos, quest’anno, non sia più un luogo di riflessione astratta, ma un’estensione del confronto geopolitico. Un crocevia che è pronto a ridisegnare gli equilibri partendo da tecnologia e finanza. Due settori sempre presenti nella cittadina dei Grigioni ma che mai come quest’anno sono determinanti per il futuro del pianeta. O almeno una parte di esso.











