Se per capire il mondo contemporaneo e profilare il futuro occorre fare a meno di coloro che la storia la fanno, per timore delle proteste, allora il World Economic Forum di Davos può pure chiudere i battenti; oppure accendere i riflettori sui leader di Nauru, Tuvalu e Saint Kitts e Nevis invece che sui colossi come Usa e Cina. È bastato nominare Donald Trump, e il perbenismo peloso risolletica le pance dei moralisti a corrente alternata. Contestazione e riserve già comprese nel biglietto di ritorno del tycoon dopo sei anni, perché così si è in pace con la coscienza allineata e coperta anche se un po' meno con la conoscenza di cos'è, a cosa serve e soprattutto chi ha partecipazione in passato a Davos, presentando sul palco anche impresentabili omaggiati.

Per Oscar Wilde, che se ne intendeva, l'atteggiamento morale è semplicemente quello che adottiamo verso chi ci è antipatico. Trump, che non è propriamente un mostro di simpatia e che guida col suo stile spiccio la superpotenza mondiale, ha già fatto adottare le misure di prevenzione morali con la macedonia servita alla mensa internazionale: blitz in Venezuela, braccio di ferro sulla Groenlandia, pugno di ferro con l'Ice anti-migranti. Contestazioni, imbarazzi, detti e non detti, sussurri e grida. Ma siamo poi sicuri che il metro adottato dagli svizzeri sia davvero lo specchio del proverbiale neutralismo elvetico, che non di rado sconfina nell'affarismo e nell'opportunismo? E siamo altrettanto sicuri della certificazione di qualità dei partecipanti allo “Spirito del dialogo” che è il cappello sotto cui si svolge l'edizione 2026?