Donald Trump oggi ridisegna il mondo, analisti e pseudo edotti nostrani dovrebbero più modestamente rivedere le proprie certezze. A partire da una parola-magica: “isolazionismo”. Bastava pronunciarla nei talk show aggrottando le sopracciglia per figurare da esperto di politica a stelle e strisce, e nello stesso tempo stroncare l’Orco col toupè: è un “isolazionista”, prepara il declino americano. Voilà l’immagine del declino: stamattina il presidente americano atterra all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, tiene un cruciale discorso alla Knesset in cui anticipa in casa dell’alleato indissolubile (diffidate dal tentativo della pubblicistica scornata di separare Donald da Bibi, please) la visione del nuovo Medio Oriente che scaturisce dal suo capolavoro politico e diplomatico, quindi vola in Egitto e mette la visione su carta con la firma ufficiale della pace insieme al mondo europeo e al mondo arabo-musulmano.

E così l’uomo della ritirata (che è esistito solo nelle caricature progressiste e in quei suoi opposti speculari che sono certi interstizi eccessivamente folkloristici del cosmo Maga) diventa l’Architetto del Nuovo Ordine. È questo il motivo profondo della frustrazione delle anime belle di questi giorni: il Trump autentico non coincide col Trump auspicato (da loro), anzi oggi implementa ufficialmente un’agenda che è un tentativo consistente di padroneggiare il disordine globale, ancora a indiscussa guida americana. Le coincidenze della storia non sono mai tali: l’ultimo Potus a intervenire davanti al Parlamento israeliano era stato George W. Bush.