Se il clan dei commentatori nostrani non riesce a capire Donald Trump sullo scacchiere globale (nelle ultime 24 ore sono passati da dr. Stranamore piromane a Taco spaventato, per dire la lucidità), figuratevi i disastri cui vanno incontro quando si avventurano nell’agone interno della politica americana. Prendete il racconto delle ultime settimane: il Potus è asserragliato, ha contro il suo stesso popolo, mai comandante in capo ha conosciuto un tale tracollo di gradimento. Poi un paio di giorni fa esce il cigno nero, sotto forma di rilevazione firmata da Rasmussen Report (spesso l’istituto più performante nelle elezioni recenti, nonché l’unico che nel 2016 dava quel tizio col toupé vincente contro Hillary Clinton): il tasso di gradimento di The Donald è dato al 47%. Superiore di 6 punti rispetto a Biden nello stesso momento del mandato e sostanzialmente in parità con lo chiccosissimo Obama. Il dato segue a ruota un sondaggio della non propriamente trumpiana Nbc, secondo cui «il 90% dei repubblicani che si identificano come Maga» sostiene la politica del presidente.
Il nostro piccolo mainstream domestico, non essendo a proprio agio con questi numeri, risolve il problema alla radice: li rimuove. Eppure, questi raccontano la postura di Trump ed evocano una ratio delle sue scelte, compreso l’attuale congelamento del conflitto con l’Iran. Il punto sta nell’abbaglio ideologico tutto europeo con cui tendiamo a incasellare rigidamente il trumpismo. Come ha scritto Victor Davis Hanson, intellettuale di punta del conservatorismo Usa, esso non è né un “interventismo” dottrinale né un “isolazionismo” dottrinale. Piuttosto, è un realismo di ascendenza “populista-nazionalista” che tiene costantemente come bussola la domanda: «Cosa, in un’analisi costi-benefici, è nel migliore interesse degli Stati Uniti?».







