Quello di Donald J. Trump è un grande romanzo americano, e più lo leggiamo con le lenti del sussiegoso declino europeo, meno lo comprendiamo. Tralasciamo qui, per rispetto del lettore, l’autoattentato e le farneticanti tesi complottiste. Ma anche chi prova a incastrare il Potus nelle proprie griglie ideologiche preconcette, il “nazionalismo”, il “populismo” et similia, è invariabilmente condannato allo smacco (clamorosa la cantonata dei dotti nostrani a proposito di un inesistente “isolazionismo” trumpiano). Le cose iniziano a mutare se cambiamo piano di lavoro, e inquadriamo la traiettoria del 47esimo presidente degli Stati Uniti con un altro grandangolo, quello dello spirito americano. Che significa anzitutto spirito della Frontiera. Come chiarì il grande storico Frederick Jackson Turner, la Frontiera è quella versione precipuamente americana della costruzione di una nazione, che consiste nella civilizzazione continua, instabile ma in indomabile avanzata, metro per metro, ripartendo sempre da capo, contro l’ignoto. C’è una tonalità ulissiaca, una ubris produttiva che si traduce nell’impossibilità della resa, alla radice dello stesso esperimento libertario americano.

DONALD TRUMP, CHI È LA DONNA SEDUTA ACCANTO A LUI ALLA CENA INTERROTTA DAGLI SPARI