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24 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 7:35
Per comprendere il fenomeno apparentemente assurdo di un uomo come Donald Trump assurto sulla poltrona più potente dello scenario mondiale, occorre operare quella che in filosofia si chiama “fenomenologia”. Ossia risalire ai presupposti nascosti e al senso profondo per cui si è ritenuto di svilire la democrazia al punto da farla governare da un burattino della finanza, tanto incapace, dispotico ed eterodiretto nella sua amministrazione economica e politica, quanto sguaiato e violento nella sua azione socio-culturale. Un po’ quello che Umberto Eco aveva fatto, nel 1961, volendo spiegare il retroterra culturale che sottendeva il fenomeno appena nato della televisione, quando scrisse il fortunato pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Operare una fenomenologia di Donald Trump è fondamentale per non restare impigliati nelle maglie strette dei due atteggiamenti predominanti fra le persone di buon senso: da una parte, incredulità, sconcerto e pena per come si è ridotta la “più grande democrazia dell’Occidente”, arrivando ad avere come presidente un soggetto oscillante fra azioni fasciste e imperialiste; dall’altra, condanna e rifiuto netti col rischio di scivolare, però, nella sterilità, dal momento che trattasi di persona democraticamente eletta da un popolo a cui non è bastato il primo mandato e che, evidentemente, sente di rifiutare l’alternativa liberal e democratica.






