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Ultimo aggiornamento: 12:03
C’è poco da stupirsi se Giorgia Meloni, nella sua più recente presa di posizione ufficiale quale nostra presidente del consiglio in carica, si augurava di poter candidare Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, quando si tratta della stessa persona che all’inizio della carriera ministeriale certificava in Parlamento con il proprio voto che la marocchina Ruby Rubacuori era senza alcun dubbio la nipote del premier egiziano Mubarak.
Dunque, sempre di spudorata acquiescenza si tratta (che la narrazione corrente accredita come abilità manovriera e forza comunicativa), di un personaggio politico che persegue la sua scalata blandendo il potente di turno e accondiscendendo ai suoi grotteschi capricci. Indubbiamente risibile, nella misura in cui è rivelatrice di un abito morale inadeguato per guidare un Paese che si presume civile. Specie nelle traversie da affrontare in questi tempi.
Minacce in non trascurabile misura prodotte dalla transizione sistemica ad opera di un ciclopico distruttore a piede libero, quale il destinatario delle servili ruffianate di Meloni. Ma c’è qualcuno che si stupisce se l’attuale presidente degli Stati Uniti, dopo aver tentato il colpo di Stato alla fine del suo primo mandato, autorizza i suoi squadroni della morte, reclutati tra gli assalitori di Capitol Hill e altre nefandezze, di abbattere pacifici cittadini come prede venatorie di una feroce caccia all’uomo. Come le due vittime dell’Ice a Minneapolis, Renée Good e Alex Jeffrey Pretti; quale avvertimento a quanti ritengono diritto democratico dissentire dal potere. Un nemico che minaccia gli equilibri vigenti da eliminare.






