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Ultimo aggiornamento: 7:47
di Paolo Gallo
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea che il Premio Nobel per la Pace possa diventare una promessa preventiva, una moneta di scambio simbolica, un gesto di allineamento politico mascherato da speranza diplomatica. Ed è esattamente questo che accade quando Giorgia Meloni evoca la candidatura di Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, prima ancora che esista un risultato, un accordo, una pace reale.
Non è solo una frase infelice. È un segnale politico. E come tutti i segnali politici dice molto più di quanto vorrebbe. Il Nobel per la Pace non nasce per incoraggiare, blandire o motivare leader potenti. Non è un incentivo, non è una scommessa, non è una dichiarazione d’intenti. È, o dovrebbe restare, un riconoscimento ex post, assegnato a chi ha dimostrato con i fatti di aver ridotto la violenza, costruito ponti, salvato vite. Anticiparlo significa svuotarlo. Usarlo come auspicio significa degradarlo.












