Ennò, un momento, non possiamo passare oltre fischiettando, bisogna pur rammentare nomi e cognomi, bisogna pur stilare una lista degli autori della più colossale scempiaggine della pubblicistica recente: l’America di Trump come Totalmente Altro, abisso della democrazia, fascismo 5.0. Dopodiché succede che la Corte Suprema, peraltro a maggioranza conservatrice, cassa un’architrave della politica e fin della geopolitica trumpiana, l’offensiva dei dazi: un classico dell’impianto liberale dei contrappesi allestito dai Padri Fondatori. Per cui prego, si chiamino sul palco i protagonisti di questo film allucinato (e allucinogeno), a cominciare dai tromboni di casa nostra. «Trump ha messo in discussione i fondamenti della democrazia americana»: Romano Prodi, intervista a Repubblica (a smentirlo si è scomodato uno dei fondamenti par excellence, la Corte Suprema). Sulla medesima testata Mario Monti si erse ad oracolo e ci mise a parte di una sentenza della Storia: «Gli Usa non sono più una democrazia liberale». Ma non era la Storia, era la sua caricatura fumettistica vista dai piccoli antri di Bruxelles.
Enrico Letta, allora segretario del Pd, assicurò che «Trump rappresenta una deriva autoritaria», riecheggiato con puntiglio accademico da Carlo Calenda: «Trump ha caratteristiche tipiche dei leader autoritari». Roberto Saviano, che spazia dalla serie A ai dazi, parlando di Trump e di Musk scrisse: «L’agonia con la quale stanno uccidendo la democrazia sarà lunga» (così lunga che la Corte Suprema è viva e in ottima salute). Alan Friedman, prezzemolino dell’antitrumpismo di professione, disse tra l’altro che «Elon Musk è il Goebbels digitale di Trump», lasciando chiaramente intendere a quale altro personaggio della storia tedesca andasse accostato il presidente (indizi: aveva i baffetti, non aveva Corti, Supreme o no, tra i piedi).








